Giuseppe Cocconi, il grande fisico italiano che, con il collega
statunitense Philip Morrison,
ha
gettato le basi teoriche della ricerca SETI, è
deceduto a Ginevra il 9 novembre 2008 all'età di 94 anni.
Giuseppe Cocconi era nato e cresciuto a Como, dove sviluppò
fin da adolescente la sua passione per l'astronomia. Seguendo il
consiglio di un amico astronomo, Cocconi andò a studiare
fisica all'Università di Milano. Dopo avere completato
l'università, fu invitato nel febbraio 1938 da Edoardo
Amaldi ad andare a Roma a passare sei mesi all'Istituto di Fisica di
via Panisperna.
Là incontrò Enrico Fermi, Gilberto Bernardini ed
altri che avevano cominciato a lavorare nel campo dei raggi cosmici.
Con Fermi in particolare, Cocconi lavorò alla costruzione
di una camera di Wilson per studiare il decadimento mesonico. Amava
ricordare che era stato fortunato nel dividere il laboratorio con
Fermi, e si divertiva a raccontare di Ettore Maiorana che scomparve
misteriosamente mentre Cocconi era a Roma.
Nell'agosto 1938 Cocconi, tornato da Roma, gettò le
fondamenta per la ricerca nei raggi cosmici a Milano. Lavorò
con contatori Geiger e camere a nebbia sia a livello del mare che a
Cervinia e a Passo Sella, nelle Alpi, fino al 1942 quando fu chiamato
nell'esercito per fare lavoro di ricerca in infrarosso a Roma per
l'aeronautica militare italiana.
A Milano Giuseppe Cocconi incontrò Vanna Tongiorgi, una
studentessa che scelse i raggi cosmici come soggetto per la sua tesi e
Cocconi era il suo supervisore. Vanna e Giuseppe furono coautori nel
1939 del primo articolo sulla natura della radiazione secondaria nei
raggi cosmici. Si sposarono nel 1945 e formarono, per più di
cinquant'anni, una coppia straordinaria di fisici delle particelle,
amando ambedue la fisica, le
belle arti e lo sport, in particolare lo sci e le camminate in
montagna. Ogni sabato pomeriggio visitavano le mostre d'arte della
città vecchia di Ginevra e spesso facevano da guide
accompagnando colleghi fisici alla loro prima discesa fuori pista nella
Vallée Blanche, da Punta Helbronner
(3.462 m asl) a
Chamonix
(1.400 m asl)
attraverso la Mer de Glace. Ventiquattro chilometri di discesa
scialpinistica su ghiacciaio crepacciato al cospetto del Monte Bianco.

Vanna Tongiorgi Cocconi (1917-1997)
Nel 1942, solamente cinque anni dopo la Laurea, Cocconi fu nominato
Professore all'Università di Catania, una cattedra che
riuscì ad occupare solamente alla fine del 1944, a causa dei
combattimenti della seconda guerra mondiale.
Il suo lavoro più rilevante durante il periodo italiano fu
sull'estensione delle piogge di raggi cosmici. Il suo lavoro
pionieristico in questi fenomeni delle alte energie ha gettato le
fondamenta della ricerca in questo campo per molti anni a venire. Nel
1947 Cocconi accettò un'offerta fattagli da Hans Bethe
(futuro Nobel)
per una cattedra alla Cornell University. Rimase a Cornell come full
professor fino a 1963. Insieme con Vanna, compì vari
esperimenti sui raggi cosmici all'università, ed al lago
Echo Lake nelle Montagne Rocciose. Due risultati emersero da questa
ricerca: la sua osservazione dei neutroni come uno dei componenti della
radiazione cosmica, col fenomeno collegato ora noto come spallation, e
la prova dell'esistenza di piogge di raggi cosmici molto estese, alcune
con energia così alta da suggerire origini galattiche o
extragalattiche.
Cocconi si trovò molto bene alla Cornell. Gli scambi di
vedute che aveva coi teorici erano molto amichevoli e stimolanti. Qui
scrisse con Philip Morrison l'articolo
"Cercando
Comunicazioni Interstellari" che fu pubblicato da Nature il
19
settembre 1959. In questo articolo Cocconi e Morrison indicarono che la
migliore frequenza per cercare segnali extraterrestri intelligenti
è 1.420 MHz, corrispondenti alla riga dei 21 centimetri
emessa dall'idrogeno neutro. La ricerca SETI basata sull'articolo di
Cocconi-Morrison prosegue ancora oggi con
progetti
come SETI@home e Astropulse.
In
fondo a questa pagina abbiamo pubblicato un importante reperto storico
su quel periodo.
Durante il periodo sabbatico (1959-61) al CERN di Ginevra,
Cocconi contribuì a preparare il programma sperimentale per
il
PS
(Proton Synchrotron)
che entrò in fase operativa a novembre 1959.
Compì una serie di misurazioni sullo
scattering protone-protone. Tornato negli Stati Uniti
continuò questo programma all'
acceleratore
BNL (Brookhaven National Laboratory)
per altri due anni. Nel 1963 Giuseppe e Vanna Cocconi si trasferirono
al CERN. Lui, Alan Wetherell, Bert Diddens ed altri, formarono un
gruppo di
lavoro al PS sullo scattering protone-protone. Giuseppe Cocconi fu
direttore del Proton Synchrotron del CERN dal 1967 al 1969.
Più tardi, con la collaborazione del CERN-Roma, Cocconi
decise di muoversi nella fisica dei neutrini. Insieme col gruppo
condotto da Klaus Winter, formarono il
CHARM
(CERN-Hamburg-Amsterdam-Rome-Moscow).
Cocconi mantenne un interesse attivo sull'andamento del lavoro
sperimentale al CERN e nel progresso dei nuovi acceleratori anche dopo
il suo pensionamento nel 1979. Allo stesso tempo seguì il
progresso nel campo dell'astrofisica e dei raggi cosmici. Aveva una
relazione privilegiata coi suoi amici fisici teorici e la biblioteca
del CERN lo registrò come uno degli utenti più
esigenti.
Giuseppe Cocconi godè del rispetto e della stima di tutti i
più grandi fisici del mondo. Come uomo di cultura e di
larghe vedute, era molto curioso ed attento a quello che stava
avvenendo nel mondo, e non solo nel campo della fisica. Sempre molto
gentile e sempre pronto ad ascoltare, rigoroso ma umile nelle sue
relazioni coi suoi colleghi, sempre pronto ad ammirare il successo di
altre persone, era felice dei suoi rapporti con i giovani. E' ben
conosciuto il suo rifiuto ad associarsi ad accademie, la sua mancanza
di interesse in premi e onorificenze, così come il suo
impegno di non parlare più in pubblico, dopo il suo
pensionamento, della sua vita scientifica.
Purtroppo, nonostante alcune gentili lettere e cordiali telefonate
intercorse tra noi nell'arco degli ultimi otto anni, non sono mai
riuscito ad incontrare di persona il prof. Cocconi. Il quale, assai
schivo e modesto com'era, alla mia comunicazione che
il
Team SETI ITALIA era diventato SETI ITALIA "G. Cocconi", mi
ha scritto:
«Caro
Dr. Moretti, Lei
e i suoi colleghi siete degli esagerati. Vi ringrazio, ma non era il
caso. Mi fa comunque piacere sapere che dei giovani entusiasti
volontariamente aiutino le ricerche».
A
seguire pubblichiamo un curioso reperto storico assai poco conosciuto.
La lettera scritta dal Prof. Cocconi a Bernard Lovell, direttore del
radio osservatorio di Jodrell Bank (UK), nel 1959, ai tempi della
pubblicazione di "Cercando
Comunicazioni Interstellari", per
stimolarlo ad iniziare la ricerca SETI. La cronaca ci dice che Bernard
Lovell, poco lungimirante, fece orecchie da mercante e "perse il
treno". Sia Cocconi che Morrison non sapevano ancora che negli USA, a
Green Bank,
in West Virginia, sotto la direzione del grande Otto Struve, un
giovanotto di nome Frank
Drake stava già lavorando da settimane ad
approntare la strumentazione per il progetto
Ozma, la prima ricerca radio SETI.
"Egregio Dottor Lovell,
qualche settimana fa,
mentre alla Cornell discutevo con alcuni colleghi dell'emissione di
radiazioni sincrotroniche da parte di oggetti astronomici, mi resi
conto che il radiotelescopio di Jodrell Bank poteva essere utilizzato
per un programma abbastanza serio da meritare la Sua attenzione, anche
se a prima vista parrebbe fantascienza.
Sarà meglio
che sia più preciso:
1) Sembra che la vita
sui pianeti non sia un fenomeno rarissimo. Un pianeta su dieci, nel
nostro sistema solare, è pieno di vita, e Marte potrebbe
pure ospitare qualche forma di vita. Il sistema solare non ha
peculiarità irripetibili; si suppone che altre stelle, con
caratteristiche simili, abbiano un numero equivalente di pianeti.
È probabile che, poniamo, fra cento stelle più
vicine al Sole, alcune abbiano pianeti con forme di vita a uno stadio
di avanzata evoluzione.
2) Ci sono dunque buone
probabilità che in alcuni di quei pianeti vivano animali
molto più evoluti dell'uomo. Una civiltà
più avanzata della nostra anche solo di pochi secoli,
avrebbe tecnologie assai più progredite delle nostre.
3) Ipotizziamo che
esista una civiltà avanzata in qualcuno di quei pianeti, per
esempio a dieci anni luce da noi. Il problema è: come
stabilire una comunicazione con essa?
Per quanto ne sappiamo,
sembra che l'unica possibilità sia l'uso di onde
elettromagnetiche, le quali possono attraversare il plasma magnetizzato
che riempie lo spazio interstellare senza venir alterate.
Suppongo che gli
"esseri" di questi pianeti, nella speranza di trovare altrove le vite,
stiano già inviando alle stelle più vicine
radiazioni elettromagnetiche modulate in modo razionale, per esempio in
successioni corrispondenti ai numeri primi.
Giuseppe Cocconi"
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