Intervista italiana a Seth Shostak del SETI Institute
di Giuseppe Longo
Professore di Astrofisica, Associato di ricerca INAF & INFN
Tratto dalla rivista "Astronomia"


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Foto 1. Seth Shostak ad Arecibo. SETI Institute courtesy.

A Capri, in un'isola che fin dal tempo dell'imperatore Tiberio è famosa nel mondo per la sua bellezza e a pochi metri da quella piazzetta che è rinomata per l’eccentrico stile di vita di alcuni dei suoi frequentatori abituali, dall’1 al 5 luglio scorso si è tenuto il simposio numero 161 dell'Unione Astronomica Internazionale dedicato alla bioastronomia cioè a quel complesso di ricerche di astronomia, chimica, biochimica, geologia e biologia che puntano a svelare i meccanismi che hanno portato all'apparizione della vita sul nostro pianeta e a scoprire possibili forme di vita extraterrestre.
Solo una decina di anni fa, un congresso siffatto sarebbe stato guardato dalla maggior parte della comunità scientifica con aria di divertito distacco, quasi alla stregua di un congresso di UFOlogia o di Scientology.
Ma che le cose stiano oggi in modo molto diverso è dimostrato dalla partecipazione al congresso di Capri di oltre duecento specialisti tra cui ben tre premi Nobel e numerosi altri scienziati di fama internazionale.

Questa diversa attitudine affonda le sue radici in una serie di fattori, tra i quali, non ultima, la recente scoperta di numerosi sistemi planetari extrasolari, ha causato il rilancio su scala internazionale del famoso progetto SETI.
Seth Shostak
è il vicedirettore del SETI Institute di Mountain View, vicino a San Francisco che, complice un'amicizia che risale al tempo in cui entrambi lavoravamo presso i laboratori Kapteyn di Groningen in Olanda, ha accettato di rinunciare a godersi le bellezze dell'isola per iniziare un'intervista proseguita poi a distanza, sulla portante dell’email.


Giuseppe Longo: La prima domanda è praticamente d'obbligo: cos'è il progetto SETI?
E perché, dopo anni di sostanziale indifferenza e scetticismo da parte della comunità scientifica, esso riceve così tanta attenzione da parte dei media?


Seth Shostak: SETI è l’acronimo di Search for Extra Terrestrial Intelligence e indica non un progetto ben preciso, bensì qualunque esperimento finalizzato alla ricerca di segnali da parte di civiltà extraterrestri. Iniziata oltre un ventennio fa grazie all'impegno della NASA, SETI ha conosciuto alterne vicende, dipese in gran parte dal mutevole atteggiamento della classe politica. Innanzitutto, c'è il clamore suscitato dalla recente scoperta di numerosi pianeti extrasolari: una scoperta che ha fatto improvvisamente passare l'esistenza di altri sistemi solari dal campo delle ipotesi a quello dei fatti scientificamente accertati e ha fornito anche i primi candidati certi su cui puntare i radiotelescopi del SETI.
Credo però che parte del rinnovato interesse della comunità sia riconducibile alle polemiche che sono seguite alla recente decisione del Congresso statunitense di cancellare il sostegno finanziario a tutti gli esperimenti SETI condotti dalla NASA.

Giuseppe Longo: Quali erano i motivi di queste decisioni?
Una mancanza di fiducia verso gli obiettivi scientifici di SETI o una reale mancanza di fondi ?


Seth Shostak: Credo nè l'una nè l'altra cosa. La decisione fu soprattutto il risultato di una presa di posizione squisitamente demagogica assunta dal senatore del Nevada Richard Bryan verso la fine del 1993. Con il pretesto di voler ridurre le spese federali, Richard Bryan convinse il Congresso a cancellare i finanziamenti agli esperimenti Phoenix e SERENDIP, un atto manifestamente assurdo per due ordini di motivi. Innanzitutto per l'esiguità dei fondi implicati: l'intera SETI costava a ogni contribuente americano meno di 4 centesimi all'anno. Una cifra ridicola, specie se la si confronta con i costi (oltre cento volte maggiori) di costruzione di un bombardiere Stealth. Evidentemente, la cancellazione della SETI offriva il duplice vantaggio di non infastidire la lobby dei potenti e, contemporaneamente, di assicurare un ampio eco sulla stampa. L'intero progetto SETI costava alla NASA meno di 10 milioni di dollari all'anno, cioè circa un millesimo del suo bilancio totale.
Il secondo motivo per cui la decisione del Congresso è da ritenersi quanto meno intempestiva e contraddittoria, è nel fatto che le osservazioni NASA sono state annunziate il 12 ottobre 1992, cinquecento anni esatti dalla scoperta di Cristoforo Colombo. Ora, tutti gli esperimenti SETI sono concepiti in modo tale che per avere un minimo di possibilità di successo è necessario tempo e costanza. Sospendere gli esperimenti a poco meno di un anno dall'inizio è stato come se la regina Isabella avesse fermato le caravelle di Colombo prima che queste giungessero all'orizzonte. Se a ciò si aggiunge che la NASA aveva lavorato per oltre 15 anni per la preparazione della strumentazione necessaria, è facile capire quanto fittizio sia stato il "risparmio" provocato dal senatore: è come se, dopo aver costruito un aeroplano, non lo si utilizzasse perchè si vogliono risparmiare i soldi del carburante.
Grazie al cielo, una raccolta di fondi privati organizzata dai ricercatori del mio istituto ha permesso al SETI Institute di Mountain View di sopravvivere e di proseguire negli esperimenti più importanti.

Giuseppe Longo: Quindi la SETI oggi è finanziata da privati.
Questo cambiamento ha influenzato il tipo e la qualità delle ricerche che vengono portate avanti?


Seth Shostak: Purtroppo, la cancellazione da parte della NASA ha comportato sia una diminuzione del budget totale a disposizione del progetto, che un aumento dei costi di gestione. L'impossibilità di usare i radiotelescopi della NASA ci costringe, infatti, ad affittare tempo d'osservazione presso i radiotelescopi di Parkes (64 metri di diametro), Green Bank (42 m) e Arecibo (305 m) che sono tutti estremamente costosi. Ciò spiega perché dopo anni, di tutti gli esperimenti previsti, oggi si inizia portandone avanti solo quattro: Phoenix, BETA-META e un progetto dell’Ohio State University e, soprattutto, spiega perché gli obiettivi di tutti gli esperimenti siano stati drasticamente ridimensionati. Contrariamente a quello che si pensa, infatti, lo scopo del SETI non è quello di ricevere eventuali segnali da decodificare, ma solo di porre in evidenza l'esistenza di segnali di origine artificiale.

Giuseppe Longo: Dove sta la differenza?

Seth Shostak: È soprattutto una questione di energia. È noto che in una qualsiasi trasmissione radio la maggior parte dell'energia è concentrata nella cosiddetta portante: un segnale quasi monocromatico che funziona come canale di trasmissione. L’informazione, cioè il messaggio, qualunque esso sia, è contenuta in modulazioni dell’onda portante che, oltre a essere estremamente più deboli, sono anche dispersi su un intervallo di frequenza molto più ampio. Tutti gli esperimenti SETI sono finalizzati alla rilevazione di eventuali portanti e non alla rivelazione di eventuali messaggi ad essi associati. Le ragioni di questa scelta sono ovvie. Innanzitutto, anche il fatto che la maggior parte della quantità di energia sia associata all'onda portante fa sì che essa sia più facilmente rilevabile; in secondo luogo, la rivelazione di qualunque segnale codificato impone un campionamento temporale estremamente elevato, non compatibile con i tempi a disposizione del progetto SETI che attualmente sono dell'ordine di alcuni minuti. Per capirci meglio, proviamo a immaginare cosa accadrebbe se, invece di campionare il segnale televisivo con frequenza a 50 Hz lo si campionasse solo una volta in un paio di minuti: le immagini verrebbero perse e si otterrebbe solo del rumore, privo di un possibile significato.
Il terzo più importante fattore è che qualunque trasmissione radio fa uso di portanti e quindi, così facendo, non si restringe il campo di indagine sui segnali indirizzati a eventuali ascoltatori esterni.

Giuseppe Longo: Ma cosa vi fa pensare che una civiltà extraterrestre debba necessariamente emettere segnali radio? Alcuni scienziati sostengono che, seppure una civiltà intelligente realmente esistesse, molto probabilmente essa avrebbe superato la fase delle comunicazioni radio preferendo adottare tecnologie più efficienti quali, ad esempio, le comunicazioni attraverso fibre ottiche, ecc.

Seth Shostak: Fare della sociologia aliena è in ogni caso un'operazione pericolosa, ma esistono ragioni sufficienti a credere che tale obiezione sia almeno in parte errata. Innanzitutto perché, almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze, esistono tre tipi di comunicazioni che possono essere effettuate solo via radio. Mi riferisco alle comunicazioni con eventuali sonde spaziali, alla trasmissioni di segnali radar, all'emissione di segnali spuri collegati, ad esempio, alla produzione di microonde, ecc. È ipotizzabile che ognuna di queste fonti di segnali sia una presenza pressoché costante nella storia di qualunque civiltà tecnologicamente avanzata. In qualunque sistema planetario, infatti, l'osservazione radar sarebbe indispensabile per il monitoraggio dell'eventuale avvicinamento di asteroidi su rotte di collisione, le microonde costituirebbero uno dei metodi più efficaci per trasmettere l’energia a grande distanza, ecc.
Ognuna di queste missioni comporta la presenza di un'onda portante estremamente intensa, ma non necessariamente quella di un segnale codificato ed eventualmente leggibile.

Giuseppe Longo: Ma come si potrebbe distinguere una portante di origine artificiale da una di tipo naturale?

Seth Shostak: Dalla sua maggior collimazione. I segnali che hanno la banda passante più stretta noti in natura sono quelli provenienti dai cosiddetti maser interstellari e hanno un’ampiezza dell'ordine del centinaio di Hz. I segnali cercati dalla SETI dovrebbero (per semplici considerazioni energetiche) avere un'ampiezza di pochi Hz e quindi la discriminazione tra segnali naturali e artificiali sarebbe pressoché immediata. Uno dei primi requisiti di tutti gli esperimenti SETI è infatti l'adozione di spettrometri multicanale in grado di scomporre il segnale radio in un'infinità di piccoli intervalli di frequenza, ciascuno con ampiezza dell'ordine di 1 Hz.

Giuseppe Longo: Ciò ovviamente implica che, una volta scoperta la prima portante si dovrebbero progettare rivelatori estremamente più sensibili e accurati, in grado di registrare il debole segnale modulato associato alla portante?

Seth Shostak: Innanzitutto io sono convinto che la vera e propria rivoluzione si avrebbe con la semplice scoperta della portante, che già di per sé sarebbe la prova inconfutabile dell'esistenza di una civiltà extraterrestre.
Una scoperta del genere sarebbe paragonabile in importanza solo a quella di Copernico.
Sono anche convinto che, dopo questa prima scoperta, sarebbe pressoché immediato trovare i fondi necessari a progettare e a costruire strumenti molto più accurati di quelli attualmente disponibili.
Non sono certo, però, che ne varrebbe la pena.

Giuseppe Longo: Che cosa vuoi dire, esattamente?

Seth Shostak: Che ho vari motivi per ritenere che un qualunque segnale extraterrestre sarebbe pressoché inintelleggibile per gli uomini. Innanzitutto per una semplice considerazione statistica: è molto probabile che qualunque segnale venga rilevato, questo sia stato emesso da una civiltà più progredita della nostra e io non credo che se si desse in mano un oscilloscopio o un'immagine televisiva a uomini di Neanderthal questi sarebbero in grado di decodificarla. Forse, avendo a disposizione il tempo e gli strumenti giusti, si potrebbe anche riuscire, ma molto probabilmente sarebbero necessari secoli di lavoro. Si tenga poi presente che l'uomo ha scoperto la radio da poco meno di un secolo e quindi i primi deboli segnali emessi sono oggi giunti a circa 100 anni luce dalla Terra. In altre parole al crescere della distanza di una possibile sorgente di segnali, aumenta anche l'età della sua tecnologia.

Giuseppe Longo: Quali sono i principali esperimenti SETI?

Seth Shostak: Il primo oggi e il più importante si chiama Phoenix (Fenice) e deve il suo nome al fatto che, come il mitico uccello, è risorto dalle ceneri del programma della NASA. Si tratta del monitoraggio dei segnali radio provenienti da poco più di mille stelle di tipo solare contenute in una sfera di circa duecento anni luce di diametro. Il principio è semplice: si usano rivelatori radio multicanale che sono un'eredità del progetto NASA e che consentono di osservare simultaneamente 28 milioni di canali, ognuno con ampiezza di pochi Hertz. Per ogni stella si ottiene un primo spettro radio tra 1.000 MHz e 1.028 MHz, poi si sintonizza il rivelatore sul canale adiacente, diciamo tra 1.028 e 1.056 MHz, e così via, fino a coprire l’intero intervallo tra 1.000 e 3.000 MHz. Ogni intervallo di 28 MHz viene osservato per circa 2 minuti, per un totale di circa 12 ore di osservazione per ogni stella. La sensibilità delle misure è estremamente elevata e dovrebbe consentire di rivelare una portante di soli 50 kW alla distanza di Alfa Centauri.

Giuseppe Longo: Immagino che uno dei problemi principali sia l'eliminazione dei falsi allarmi, cioè segnali spuri introdotti da sorgenti terrestri.

Seth Shostak: Infatti, ma Phoenix fa uso di un trucco estremamente semplice ed efficace chiamato FUDD (Follow Up Detection Device) che consente nell'effettuare osservazioni simultanee con due radiotelescopi posti a una certa distanza l'uno dall'altro. Quando usiamo il radiotelescopio di Parkes, ad esempio, come antenna ausiliaria viene usata quella di Mopra, una parabola di 22 metri di diametro dell'osservatorio di Coonabarabran, sito a circa 200 chilometri di distanza.
Ora, come ben sai, ogni segnale radio proveniente da sorgenti extraterrestri appare lievemente spostato in frequenza a causa dell'effetto Doppler che è introdotto dal moto della sorgente rispetto alla Terra intorno al Sole e dal moto di rotazione della Terra intorno al proprio asse. Quest'ultimo termine è diverso per radiotelescopi che si trovano in posizioni geografiche diverse e, quindi, segnali di origine extraterrestre dovrebbero apparire a frequenze lievemente diverse nei due radiotelescopi. Nel caso dei due strumenti menzionati prima, tale differenza ammonta a circa 50 Hz. Un primo esame delle osservazioni fatte, quasi in tempo reale, esclude tutte quelle portanti la cui differenza di frequenza, almeno nei due radiotelescopi, è molto diversa da questo valore.
La tecnica FUDD consente di ridurre il numero di falsi allarmi a soli tre o quattro per giorno.
Questi pochi elementi superstiti vengono controllati individualmente puntando la presunta sorgente e muovendola ripetutamente dentro e fuori dal campo di vista dello strumento.
Se il segnale rimane costante, vuol dire che si tratta di un segnale spurio di origine terrestre, mentre se un giorno dovessimo imbatterci in un segnale che sparisce ogni qualvolta ci si allontana dalla sorgente vorrà dire che la nostra ricerca sarà conclusa. Il primo turno di osservazioni, effettuato tra il 2 febbraio e il 6 giugno del 1995, ha permesso di osservare 202 stelle e ha confermato il perfetto funzionamento del dispositivo.

Giuseppe Longo: Immagino che la selezione degli oggetti da osservare sarà fatta in modo da ottimizzare la possibilità di successo.

Seth Shostak: In realtà, e almeno per il momento, no. Nella presunzione, peraltro giustificata dall'unica forma di vita che conosciamo, la nostra, che stelle di tipo solare siano adatte alla sopravvivenza e di forme di vita intelligenti, ci siamo limitati a indagare tutte le stelle simili al Sole che si trovano entro circa duecento anni luce.
In realtà, sarebbe possibile adottare criteri di selezione più efficaci.
Occorre sempre tenere presente, infatti, che la maggior parte dei segnali via radio è fortemente direzionale e che, quindi, affinché un segnale possa esservi rilevato, è necessario che la Terra sia allineata con la direzione di emissione.
Il che, a meno che i segnali non siano deliberatamente indirizzati verso di noi, ha meno di una probabilità su un milione di essere vero.
Già qualche anno fa ho suggerito che per massimizzare la possibilità di allineamenti favorevoli basterebbe osservare sistemi binari ad eclisse. In un sistema di questo tipo, infatti, è ipotizzabile che qualunque civiltà dovrebbe avere uno o più satelliti artificiali orbitanti intorno a entrambe le componenti del sistema. In tal caso, durante le fasi di eclisse ogni comunicazione dal pianeta ai satelliti o tra satelliti stessi avrebbe molte probabilità di essere orientata verso la Terra e quindi di essere rivelata dai nostri radiotelescopi. Di sistemi doppi siffatti la Galassia è piena e non è azzardato ipotizzare che questo tipo di osservazioni vengano effettivamente intrapresi entro un lasso di tempo molto breve.

Giuseppe Longo: In cosa consistono gli altri esperimenti che hai menzionato prima?

Seth Shostak: Il progetto SERENDIP, acronimo di Search for Extraterrestrial Radio Emission from Nearby Developed Intelligent Population e abbreviazione del termine inglese "serendipity", cioè casuale, inaspettato, è quello che potremmo definire un esperimento "parassitario". Originariamente concepito da ricercatori del Dipartimento di Astronomia dell'Università di Berkeley, fa uso del secondo ricevitore del grande radiotelescopio di Arecibo (Foto 2) che, con i suoi 305 metri di diametro, è anche lo strumento più sensibile del mondo. In questo radiotelescopio, che è stato ricavato rivestendo di maglia metallica il fondo di un cratere vulcanico (Foto 3), i segnali vengono raccolti da una grande "gondola" (Foto 4), sospesa nel piano focale tramite cavi.


Foto 2. Visione aerea del radiotelescopio da 305 metri di Arecibo.


Foto 3. Rara immagine di Arecibo visto "da sotto" la maglia metallica.
È visibile la "gondola" (Foto 4) che lo sovrasta 150 m più in alto.

Seth Shostak courtesy.



Foto 4. La "gondola" con i rivelatori nel piano focale di Arecibo.

Il rivelatore può essere spostato in modo da seguire, per un intervallo di tempo limitato, lo spostamento delle sorgenti dovuto alla rotazione terrestre. Per mantenere il tutto bilanciato, il  SERENDIP è montato in posizione simmetrica rispetto al fuoco principale e osserva, in modo del tutto casuale e da qui il nome, una zona di cielo lievemente spostata rispetto a quella cui è puntato lo strumento. SERENDIP sfrutta lo stesso concetto di Phoenix, anche se il suo rivelatore, giunto ormai alla quarta generazione, ha ben 174 milioni di canali simultanei ed è circa dieci volte più sensibile di quello usato per Phoenix. Il primo anno di osservazioni ha permesso di coprire il 93% del cielo accessibile da Arecibo
(n.d.r.: da 0 a 35 gradi declinazione nord)
 e non ha prodotto alcuna rilevazione positiva.
Simili sono gli esperimenti META e BETA (rispettivamente Million e Billion channel ExtraTerrestrial Array) finanziati dalla Planetary Society che fanno uso del telescopio da 24 metri della stazione di Agassiz (per l’emisfero boreale) e di uno dei radiotelescopi da 30 m della stazione di Cordoba in Argentina (per l’emisfero australe). Questo esperimento osserva con elevatissima risoluzione spettrale (5 centesimi di Hz) in prossimità della riga dei 21 cm (circa 1.420 MHz).
L'esperimento ha una sensibilità molto maggiore degli altri e, per il momento, ha prodotto 19 segnali che non sono ancora stati caratterizzati completamente. Tutte le sorgenti sono prossime al piano galattico. Per il momento, comunque, non si è ancora riuscito a identificare in modo univoco il meccanismo di emissione.

Giuseppe Longo: Quali sono le possibili spiegazioni?

Seth Shostak: Sono tre: a) fluttuazioni del rumore nell'apparato di misura; b) un segnale da sorgenti extragalattiche estremamente deboli che viene modulato da un fenomeno di scintillazione prodotto dalla polvere interstellare; c) segnali artificiali emessi da civiltà aliene. Il quarto e ultimo esperimento è quello che è in corso sin dal lontano 1974 con i radiotelescopi dell'Università Statale dell’Ohio. L'esperimento è, da un punto di vista tecnico, lievemente diverso da tutti gli altri. Il telescopio viene gestito come strumento di transito, cioè le osservazioni vengono effettuate al meridiano facendo scorrere il cielo al di sopra dello strumento. Possibili segnali vengono poi automaticamente osservati con risoluzione superiore e per un periodo di tempo di circa un‘ora. Il progetto è stato temporaneamente sospeso per mancanza di fondi e, soprattutto, perché il proprietario del terreno su cui sorge il radiotelescopio ha ottenuto l'autorizzazione a smantellare lo strumento e a utilizzare l'area per costruire un campo da golf. Il gruppo sta progettando la costruzione di un radiotelescopio del tutto nuovo che potrà osservare in tutte le direzioni simultaneamente e sarà interamente controllato da un computer. Argus, questo il nome, segnerà un punto di svolta epocale nelle ricerche SETI.

Giuseppe Longo: Permettimi ora di fare un po' l'avvocato del diavolo. Una corrente di pensiero abbastanza diffusa ritiene che la famosa equazione di Drake ( la formula N=R*Fp*Pv... con cui si cerca di valutare il numero delle società intelligenti esistenti nella galassia a partire dalle stime del tasso di formazione stellare R, della frazione di stelle con pianeti Fp, della frazione di pianeti con condizioni adatte alla vita Pv, eccetera...) sia in realtà un inganno, dato che non c'è alcun modo affidabile di calcolare molti dei parametri di cui fa uso.

Seth Shostak: Credo che questa idea deve essere il risultato di un malinteso: la cosiddetta equazione di Drake fu ideata nel 1960, in corrispondenza del primo congresso internazionale di bioastronomia, come un modo per dividere organicamente i vari argomenti che sarebbero stati trattati durante il convegno.
Nessuno, Drake incluso, le ha mai attribuito alcun valore predittivo
.

Giuseppe Longo: Nell'ottobre di quest'anno (1997) verrà lanciata la sonda Cassini che ha come scopo principale di studiare in dettaglio la atmosfere e la condizioni fisiche di Titano, quello che, a detta di molti, sarebbe l'unico posto del sistema solare dove è possibile l'esistenza di forme di vita elementari.

Seth Shostak: Sinceramente credo che il luogo giusto dove andare a cercare non sia Titano. Forse, potrebbe essere Europa, che è interamente ricoperto da oceani congelati solo in superficie. Pochi metri al di sotto dello strato di ghiaccio potrebbero esserci temperature e condizioni chimiche adatte alla formazione di vita.
Comunque, se potessi scegliere, concentrerei tutti gli sforzi su Marte.

Giuseppe Longo: Marte? Gli esperimenti effettuati dai moduli di atterraggio delle missioni Viking sembrano aver escluso in modo categorico la presenza di qualsivoglia forma di vita.

Seth Shostak: Quella che le missioni hanno escluso è la presenza di vita in superficie. Quello che io credo che si dovrebbe cercare sono evidenze fossili di forme di vita batterica ancora presenti a pochi metri al di sotto della superficie del pianeta. Tutte le evidenze morfologiche, infatti, concordano nel mostrare che su Marte per un periodo di alcune centinaia di milioni di anni devono essere esistite grandi quantità di acqua allo stato liquido. Le tracce di questa sono ancora visibili nelle grandi calotte polari, nel permafrost (cioè nel ghiaccio intrappolato negli strati di terreno più superficiali) e in molti canyon che sono sopravvissuti per centinaia di milioni di anni grazie alla lentezza dei processi erosivi marziani. Recenti studi mostrano che, una volta che si siano stabilite le condizioni adatte, l'apparizione delle prime elementari forme di vita è un processo estremamente rapido e inevitabile. È naturale concludere che, nel breve tempo in cui Marte ebbe una atmosfera sufficientemente densa e calda da permettere l'esistenza di acque superficiali allo stato liquido, potrebbe essersi formata la vita e che questa stessa vita sarebbe poi stata costretta a migrare negli strati più profondi del suolo marziano quando ripetuti impatti con asteroidi impoverirono l’atmosfera del pianeta. Basterebbe quindi cercare fossili del tipo delle stromatoliti terrestri o cercare evidenza di vita negli strati profondi, 5-10 metri al di sotto della superficie marziana.
Ma c'è anche un ulteriore fatto che mi induce a ritenere possibile l'esistenza di vita su Marte. Si è tanto parlato ultimamente delle meteoriti trovate nei ghiacci artici che provengono da Marte e che sono state espulse in seguito a impatti particolarmente violenti con asteroidi. Sappiamo anche che i virus e molti batteri possono sopravvivere a lungo in condizioni estreme. Ciò induce a pensare che virus o batteri potrebbero essere sopravvissuti agli eventi catastrofici e al lungo viaggio interplanetario provocando così un interscambio di materiali organici tra la Terra e Marte. Se questo scambio ci sia realmente stato e in quale direzione esso sia avvenuto è una delle domande più interessanti a cui dovrebbero rispondere gli studi teorici delle future missioni spaziali. Certo sarebbe divertente che si venisse a scoprire che lo scenario dipinto da H.G. Wells nel suo romanzo "La guerra dei mondi" è realmente valido, ma al contrario.

Giuseppe Longo: Cioè?

Seth Shostak: Se ben ricordi, i marziani, che nel libro di Wells cercano di invadere la Terra, alla fine vengono uccisi da un'infezione provocata da batteri terrestri.
È divertente l’idea che i terrestri, sbarcando su Marte, possano trovare solo dei batteri e magari di origine terrestre!


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