SETI e teologia
di Giuseppe Tanzella-Nitti, facoltà di teologia, Pontificio
Ateneo della S. Croce, Roma
formerly, Istituto di Radioastronomia, CNR - Bologna
Contributo al SETI Day,
Torino, Accademia delle Scienze, 26 giugno 1998
I.
Premessa
— L'invito rivolto alla teologia di fornire un contributo a
questa giornata risponde probabilmente ad una curiosità, ma
offre allo stesso tempo un'opportunità. La
curiosità è quella di conoscere quali possano
essere le ricadute di un successo
SETI
sul pensiero religioso dei terrestri; l'opportunità offerta
è disporre di una riflessione sul tema
SETI
che tenga conto di tutta la fenomenologia umana, e quindi anche di
quella religiosa, al momento di promuovere iniziative, valutare
impatti, studiare protocolli di comunicazione. Cercherò di
soddisfare prima la curiosità, e poi di sfruttare
l'opportunità che qui mi viene offerta.
— Lo farò principalmente dalla prospettiva della
teologia che nasce dalla tradizione giudeo-cristiana, sebbene
inquadrandola nel contesto più ampio della religione come
fenomeno umano. La rivelazione cristiana può essere
utilizzata a ragione come primo riferimento di un discorso come questo
a motivo delle sue profonde relazioni culturali e filosofiche con lo
sviluppo del pensiero scientifico e con il pensiero occidentale in
genere.
— Prima di soddisfare la curiosità di cui abbiamo
appena parlato, vorrei però soffermarmi su alcuni
chiarimenti epistemologici.
a) Il motivo per cui la teologia può condividere un
interesse per
SETI
non dipende né da calcoli probabilistici, né
dall'obbligo di ritenere la vita nel cosmo un fatto necessariamente
comune, il risultato di un processo casuale, un epifenomeno.
L'interesse del teologo si giustifica invece in base al valore della
vita intelligente in quanto tale, per quello che essa è e
per quello che essa rappresenta. Questo valore sta nel suo essere
partecipazione e riflesso di quella Vita e di quella Intelligenza,
stavolta con maiuscola, che è Dio Stesso.
b) Un secondo chiarimento, corollario del primo, è che
considerare la vita come un fenomeno relativamente diffuso
nell'universo non obbliga la teologia ad abbandonare la sua visione
della vita intelligente come dono di Dio, né le vieta di
considerarla il risultato di una progettualità che trascende
l'ordine fisico dei fenomeni empirici; e questo sia perché
la finalità resta inaccessibile alle scienze, sia
perché l'equazione
di Drake concerne condizioni necessarie, ma non necessarie e
sufficienti.
c) Un terzo chiarimento, infine, è che la domanda sul
significato e il senso della vita umana, e della vita in genere, il cui
desiderio di risposta è certamente fra le motivazioni
più importanti del
programma
SETI, è una domanda dello scienziato prima ancora
che della scienza; essa va cioè affrontata in quadro
epistemologico più ampio, capace di trattare l'intera
fenomenologia umana e dunque anche le sue risonanze esistenziali,
filosofiche e religiose. A questo interrogativo le grandi religioni
dell'umanità rispondono affermativamente: la vita umana ha
un senso, e all'interno della teologia cristiana potrei aggiungere che
la vita intelligente, ovunque essa eventualmente appaia e si sviluppi,
ha un senso.
II.
Ricaduta di un successo SETI sul pensiero religioso cristiano
— Qualcuno potrebbe pensare che un successo di
SETI
si ponga in aperto contrasto con il pensiero teologico cristiano,
perché quest'ultimo leggerebbe il cosmo secondo un criterio
antropocentrico e, comunque, vedrebbe la vita secondo un registro di
singolarità-unicità, non di pluralità.
Questo paradigma non è del tutto corretto: fra religione
cristiana e vita extraterrestre non vi sono incompatibilità
congenite. Possiamo offrire alcune piste per mostrarlo:
a) Considerare la persona umana come il destinatario della pienezza
della Rivelazione, specie ad opera dell'incarnazione del Figlio di Dio,
il Verbo di Dio fatto uomo, è quanto potremmo chiamare
— per usare un'analogia con la fisica teorica — una
soluzione classica. È la soluzione che oggi la teologia ha a
disposizione, e non è necessario che vi rinunci a priori in
quanto essa le consente di interpretare un'ampia gamma di fenomeni,
cioè un insieme di verità religiose piuttosto
importanti.
Tuttavia, potrebbe essere appunto solo una soluzione classica. Al pari
di quanto avviene in meccanica quantistica o in relatività,
ove le soluzioni classiche non perdono il loro significato di
verità, ma vengono comprese all'interno di un contesto
più ampio, tutto quanto noi oggi associamo alla
dignità religiosa del genere umano, come l'essere creato a
immagine e somiglianza di Dio, l'essere stato redento dal Figlio di Dio
fatto uomo e l'essere destinato ad una vita di eterna comunione con
Dio, non verrebbe contraddetto da un contatto con civiltà
ET, ma obbligherebbe solo a ricomprendere queste verità alla
luce dei nuovi dati. Questo è stato già fatto,
seppure con certo travaglio intellettuale, dopo Cristoforo Colombo,
Copernico e Darwin, e non vi sono motivi per non ritenerlo possibile
anche dopo un eventuale successo di
SETI.
Come per l'eliocentrismo e l'evoluzione biologica, la teologia aveva
già degli strumenti per effettuare tale ricomprensione
(pensiamo all'esegesi non letterale della sacra Scrittura, disponibile
anche ai tempi di Galileo, o alla visione evolutiva contenuta nelle
rationes seminales di Agostino), così ne possiede oggi per
il tema della vita ET: basti pensare ad esempio che già san
Paolo aveva presentato la capitalità e la
centralità di Cristo nella sua dimensione cosmica, come
opera di Dio che corona e dà senso a tutta la storia della
creazione, e non solo nella sua dimensione di redenzione dal peccato.
Questo aspetto fu messo bene in luce, come è noto, da
Teilhard de Chardin.
b) Una seconda pista di interesse, che qui non ho tempo di sviluppare,
è la dottrina della tradizione ebraica e cristiana
sull'esistenza degli angeli. Questa fede mostra un fatto molto
importante, e cioè che il senso della creazione non si gioca
tutto sul rapporto fra l'uomo e Dio, ma resta aperto su altre creature
le quali, pur dipendendo da Dio, hanno una storia ed un'economia di
salvezza distinta da quella del genere umano: dunque un registro di
pluralità, come lo abbiamo prima chiamato, è
possibile. Tommaso d'Aquino, ad esempio, diede ragioni di convenienza
per sostenere che il numero degli angeli sarebbe ingentissimo, tale da
superare qualsiasi molteplicità materiale (S. Th. I, q. 50,
a. 3).
c) Ancora, un sincero atteggiamento credente, non impone mai limiti
alla potenza e alla ricchezza dell'amore di Dio, né
rinchiude nei suoi schemi ciò che un Creatore dell'universo
abbia previsto o abbia voluto fare. Molti scienziati credenti lo hanno
ricordato lungo la storia. Ad esempio, P. Angelo Secchi, sacerdote e
pionere della classificazione spettrale delle stelle, affermava nelle
sue Lezioni elementari di fisica terrestre del 1879:
"La vita riempie l'universo e
con la vita va associata l'intelligenza. Come abbondano gli esseri a
noi inferiori, così possono in altre condizioni esisterne
altri immensamente più capaci di noi".
d) In senso più generale, vorrei dire che un eventuale
contatto con civiltà ET non può essere
considerato una sorta di verifica della validità della
coscienza religiosa dell'umanità. L'idea che un nostro
ingresso nel Club della Galassia (per dirlo con la nota immagine di Ron
Bracewell) libererà l'uomo da una fase religiosa infantile
di tipo freudiano, rendendoci consapevoli del nostro posto
nell'universo, può essere suggestiva, ma è in
realtà assai ingenua. La maggior parte dei grandi temi
esistenziali, e quindi religiosi, della vita umana sulla terra, non
verrebbero risolti dagli amici di questo Club.
A sostegno dell'idea che un contatto ET non può avere
l'onere di confermare o negare la verità della religione,
vorrei ancora citare un fatto: né la placca montata a bordo
del Pioneer 11 con dati figurativi e in codice sulla civiltà
umana, né la trasmissione radio inviata da Arecibo verso
M13, contenevano alcun riferimento all'idea di una dipendenza da un
Creatore, pur trattandosi in questo caso di un convincimento condiviso
dalla maggior parte degli abitanti del pianeta Terra. Inoltre non va
dimenticato, come già accennato, che non conosciamo a priori
i piani di Dio: nel Club della Galassia potrebbe forse corrispondere ai
terrestri il compito di parlare di un Dio Creatore.
III.
Ruolo del pensiero religioso in un programma SETI
— Vengo all'ultimo punto del mio intervento, e
cioè quello di quale contributo possano offrire le
religioni, la teologia cristiana in particolare, ad un
programma
SETI.
a) In primo luogo, vedere la vita intelligente come un dono di Dio
dispone ad un atteggiamento di fratellanza verso coloro che partecipano
di questo dono. La religione non sarebbe pertanto un target passivo
della ricaduta culturale di
SETI,
secondo alcuni il più sfavorito, ma essa può
svolgere al contrario un ruolo-guida nell'orientare correttamente tale
ricaduta a motivo della sua influenza spirituale sulle coscienze degli
uomini.
b) In secondo luogo la religione fa vedere con un certo ottimismo di
fondo la possibilità di instaurare rapporti significativi
con civiltà ET. Se, come la teologia ricorda, l'universo
è razionale e denso di significato, perché
effetto di una parola intenzionale del Creatore, allora la vita
intelligente, ovunque essa appaia, appartiene ad un piano sensato.
Questa sensatezza fonda sia la capacità che una
civiltà ha di conoscere la natura, sia la
capacità che più civiltà hanno di
comunicare fra loro.
c) La religione può suggerire infine anche delle riflessioni
sul contenuto dei protocolli di comunicazione. Il riferimento ad un
Creatore comune, la cui esistenza può essere dedotta per
inferenza dalla contingenza del mondo, dalle sue specificità
formali, dall'esperienza estetica o da quella morale, può
rientrare a pieno titolo in tale scambio comunicativo. La religione
cristiana suggerirebbe poi di dare priorità ad un linguaggio
universale, quello dell'amore, specie verso il più debole e
indifeso, con i corrispondenti gesti che lo esprimono, non ultimo
quello di dare la vita per l'altro.
La scienza e la religione, affermava Giovanni Paolo II in una lettera
indirizzata alcuni anni or sono al Direttore della Specola Vaticana,
hanno un'influenza troppo grande sulla coscienza dei popoli per
ignorarsi:
"Non si
può leggere la storia del secolo scorso senza accorgersi che
la responsabilità della crisi ricade su ambedue le
comunità. L'uso della scienza si è dimostrato in
più di un'occasione largamente distruttivo, e le riflessioni
sulla religione sono state troppo spesso sterili. Abbiamo ambedue
bisogno di essere quello che dobbiamo essere, quello che siamo stati
chiamati ad essere".
IV.
Conclusione
La teologia non
può non vedere con interesse un programma
SETI. In fondo, come segnalato negli ultimi anni
da non pochi autori, la motivazione di fondo di
SETI ha qualcosa che assomiglia ad una istanza religiosa: il
desiderio di conoscere fino in fondo l'universo in cui viviamo, di
porsi in rapporto con qualcuno che possa eventualmente chiarire quale
ruolo abbiamo in esso... Molte opere letterarie mettono specie in luce
il ruolo positivo e chiarificatore — e dunque implicitamente
religioso — di un contatto con altre civiltà ed
altri mondi.
Allo stesso tempo, sento la necessità di ricordare che
SETI,
pur assomigliando sotto certi aspetti a quanto si richiederebbe ad una
religione, non può, né deve essere una religione.
SETI
non contiene le risposte ai più profondi interrogativi
esistenziali che hanno accompagnato la storia del genere umano: il
significato del dolore, l'esperienza del limite e della finitezza, la
coscienza del bene e del male, il significato della bellezza e
dell'amore, il senso della vita e della morte. La loro risposta non
può provenire da alcuna creatura intelligente, ma solo da
quella Vita con la maiuscola, che è anche la ragione ultima
del perché di tutte le cose.
Recita così il Salmo 8:
"O
Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la
terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza [...] Se guardo il
tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai
fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e
il figlio dell'uomo perché te ne curi? Eppure l'hai fatto
poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato."
L'ultima parola sulla
questione SETI
non spetta alla teologia, ma alla Scienza. L'esistenza di vita
intelligente in pianeti diversi dalla Terra non viene né
richiesta, né esclusa da alcun argomento teologico: alla
teologia, come a tutta quanta l'umanità, non resta che
attendere.
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