Equazione di Drake - Ricerca di
vita extraterrestre
di Margherita Hack
da "L'universo alle
soglie del Duemila", 1995
La ricerca di intelligenze extraterrestri basata su argomenti
scientifici è cominciata verso la fine degli anni '50. Si
conoscevano ormai abbastanza bene i meccanismi di formazione ed
evoluzione delle stelle, per poter affermare che la formazione di un
sistema planetario doveva essere un fenomeno comune. Inoltre, la
tecnica radioastronomica era già abbastanza sviluppata per
poter captare eventuali segnali radio emessi da altre
civiltà distanti qualche decina di anni luce. Si sarebbe
potuto anche pensare di captare segnali luminosi artificiali, ma questi
sono soggetti all'estinzione da parte delle polveri interstellari e
all'assorbimento da parte di un cielo coperto di nubi, tutti ostacoli
ignoti alle radioonde. Ammesso quindi che le eventuali
civiltà extraterrestri abbiano più o meno le
nostre conoscenze o conoscenze più avanzate, cercheranno di
mandarci segni della loro esistenza usando le radioonde. Inoltre,
poiché fra le radioonde una delle più studiate
è la riga di 21 centimetri dell'idrogeno, potrebbero
scegliere proprio questa lunghezza d'onda per avere una maggiore
probabilità che un osservatore terrestre si accorga di
segnali modulati - una specie di alfabeto Morse - sovrapposti ai
segnali naturali emessi dal gas galattico. In base a questi
ragionamenti, esposti da
Giuseppe
Cocconi e Philip Morrison in un articolo apparso sulla rivista "Nature"
il 19 settembre 1959, il radioastronomo americano
Frank
Drake pensò di utilizzare il nuovo radiotelescopio
di 25 metri di diametro dell'osservatorio radioastronomico nazionale
degli Stati Uniti, situato a Green Bank in West Virginia.
Il
progetto di Drake prese
il nome di Ozma, dal nome della principessa del fantastico
paese di Oz, protagonista di un libro di racconti per bambini, famoso
nei paesi anglosassoni. Certo che un osservatore extraterrestre che
avesse raggiunto un alto sviluppo tecnologico sarebbe in grado di
notare anche una periodica variazione delle emissioni radio terrestri
legata al periodo di rotazione: si avrebbero dei massimi di flusso
radio tutte le volte che l'osservatore vede l'Europa oppure il Nord
America, dovuti al gran numero di trasmittenti.
Per fare una stima, sia pure molto grossolana, di quante
civiltà possano esistere nella nostra Via Lattea,
Drake
scrisse un'equazione diventata famosa:
N = R fp ni fv fi fc D
dove
N
è il numero delle civiltà presenti oggi nella Via
Lattea,
R
è il tasso medio di formazione delle stelle durante tutta la
vita della Via Lattea, e che si ottiene dividendo il numero di stelle
galattiche (circa 300 miliardi) per l'età della Galassia
(circa 15 miliardi di anni),
fp
rappresenta la frazione di stelle con un sistema planetario,
ni
il numero di pianeti, in ciascun sistema, in condizioni adatte allo
sviluppo della vita,
fv
la frazione di pianeti adatti in cui la vita si sviluppa effettivamente
e si evolve verso forme molto complesse,
fi
la frazione di questi pianeti su cui si sviluppano forme di vita
intelligente,
fc
la frazione di questi in cui le forme di vita intelligente sviluppano
interesse per le comunicazioni interstellari, e infine
D
la durata media di una civiltà tecnologicamente avanzata.
In questa equazione l'unico termine abbastanza sicuro è
R.
Inoltre si possono escludere tutte le stelle doppie o multiple, i cui
eventuali pianeti avrebbero orbite fortemente perturbate dalla presenza
della o delle compagne ed inoltre anche le stelle di grande massa ed
alta luminosità, che hanno una vita troppo breve per
permettere lo sviluppo di forme di vita avanzate. Potremo stimare che
un terzo delle stelle galattiche siano singole e di massa solare o
più piccola. Per il resto bisogna fare delle ipotesi del
tutto gratuite. Per esempio Drake suppone che, come nel nostro sistema
solare, ci sia attorno a una stella un solo pianeta adatto alla vita; e
che là dove ci sono condizioni adatte allo sviluppo della
vita questa evolva sempre naturalmente verso forme di vita
intelligente. Ciò equivale a porre
fv = f i
= 1. Ma non è detto che tutte le forme di vita
intelligente diventino tecnologicamente avanzate e soprattutto
interessate allo sviluppo di comunicazioni interstellari.
Drake assume
fc = 0,01,
cioè solo una su 100 civiltà è
interessata o ha sviluppato tecnologia atta a comunicare con altri
sistemi planetari. Infine, l'altra incognita è
D.
Quanto può durare una civiltà tecnologicamente
avanzata? La nostra ha poco più di cento anni, e le tecniche
per captare segnali extrasolari hanno meno di quarant'anni.
Potrà durare secoli o millenni, o anche molto meno. Dipende
dalla nostra capacità di rispettare l'ambiente e di non
avviarci verso catastrofi nucleari o verso la distruzione dell'ambiente
per eccesso di tecnologia. L'aumento dell'effetto serra e la
rarefazione dello strato di ozono sono segnali premonitori inquietanti.
Drake assume
D =
10.000 anni.
Facendo i conti risulta
N = 20
× 0,3 × 1 × 1 × 1
×0,01 × 10.000 = 600.
Cioè nella Galassia esisterebbero 600 civiltà in
grado di comunicare con noi.
Date le ipotesi fatte, è un conto estremamente incerto, ma
comunque Drake, e con lui i più appassionati fautori del
progetto
SETI (Search for Extra Terrestrial Intelligence), A.G.W.
Cameron,
Carl
Sagan, Cyril Ponnamperuma, hanno perseverato in questa
ricerca, che qualcuno - ottimista - ha paragonato alla ricerca di una
bottiglia con un messaggio nell'oceano. In realtà l'impresa
è molto ma molto più ardua. Malgrado
ciò, i proseliti sono cresciuti di numero, si sono tenuti
convegni scientifici sull'argomento, e l'Unione Astronomica
Internazionale ha fondato un'apposita commissione dedicata alla
bioastronomia. All'ultimo congresso internazionale dedicato a questa
ricerca, tenuto in Ungheria nel 1987, hanno partecipato astronomi e
biologi e sono stati discussi i più vari argomenti.
Alcune condizioni necessarie alla
vita
Vi è un certo numero di condizioni cui un sistema solare
dovrebbe soddisfare perché vi si possa sviluppare la vita.
Naturalmente se facciamo l'ipotesi (assai probabile, vista la grande
uniformità di leggi fisiche e di composizione chimica
nell'universo, ma non certa al cento per cento), che sia simile a
quella che conosciamo sulla Terra.
Esse sono elencate come segue:
1. Condizioni imposte
alla stella centrale:
- La stella centrale dovrebbe essere singola. Un sistema di stelle
doppie o multiple impedirebbe lo stabilirsi di orbite planetarie
stabili.
- Il sistema planetario dovrebbe contenere pianeti di massa
notevolmente inferiore a Giove. La teoria di Cameron e i calcoli di
Dole sembrano favorire questa condizione.
- La stella non dovrebbe appartenere alla prima generazione di stelle
galattiche, perché in tal caso la materia da cui essa e i
suoi pianeti si sarebbero formati non conterrebbe sufficienti
quantità di carbonio, azoto, ossigeno, zolfo, fosforo,
ferro, necessari per la formazione di composti biochimici.
- La massa della stella dovrebbe essere compresa grosso modo fra 0,5 e
2 masse solari. Stelle di massa maggiore avrebbero una vita troppo
breve per permettere l'evoluzione di forme di vita tecnologicamente
avanzate. Stelle di massa più piccola non emettono energia
sufficiente ad alimentare la vita anche sui pianeti più
vicini al proprio Sole. Dati i rispettivi tempi evolutivi, è
probabile che la vita microbica sia di gran lunga più
abbondante delle forme altamente evolute.
2. Condizioni a cui
devono sottostare i pianeti:
- La massa dovrebbe essere abbastanza grande da trattenere un'atmosfera
contenente gli elementi base della vita, idrogeno, carbonio, azoto,
ossigeno, ma non troppo, come è il caso di Giove,
perché l'eccesso di idrogeno distruggerebbe le molecole
biochimiche.
- L'orbita del pianeta dovrebbe essere quasi circolare per evitare
variazioni troppo forti di temperatura e illuminamento, e ad una
distanza tale da mantenere la temperatura media del pianeta a valori
accettabili (fra circa -20 e +70 °C).
- L'atmosfera dovrebbe essere tale da permettere la formazione di
molecole organiche e da proteggere il suolo dalla radiazione
ultravioletta.
- Ci dovrebbe essere abbondante quantità di acqua allo stato
liquido. Si ritiene che gli oceani forniscano l'ambiente più
adatto perché avvenga la sintesi di molecole complesse
prebiotiche e anche dei più semplici organismi viventi.
- È necessaria anche una superficie solida, ritenuta
necessaria perché le complesse molecole dette monomeri si
trasformino in polimeri.
Tutte queste condizioni sono ricalcate esattamente sulle condizioni
riscontrate sulla Terra.
Ma non tutti i bioastronomi sono d'accordo.
Una piccola minoranza pensa che la vita non debba necessariamente avere
la stessa origine ed essere ovunque basata su RNA e DNA.
Secondo loro, dunque, la vita potrebbe essere molto più
diffusa di quanto ritiene la maggioranza, perché non sarebbe
necessariamente soggetta a tutte le restrizioni che le nostre forme di
vita terrestre richiedono.
Essi osservano che conosciamo molto poco a proposito dell'origine della
vita; che in base alle nostre conoscenze non è affatto detto
che essa sia cominciata con RNA; non abbiamo alcuna informazione su
altre basi su cui possa svilupparsi la vita; nessuna delle nostre
attuali conoscenze esclude forme di vita basate su sistemi materiali
molto diversi. Perciò la nostra ignoranza sui processi
chimici che sono stati all'origine delle forme di vita che noi
conosciamo, richiede una buona dose di prudenza nel porre restrizioni
sull'origine di esseri viventi. Secondo
il
chimico R. Shapiro e il fisico G. Feinberg, ci sono solo tre
condizioni essenziali, e cioè: disponibilità di
energia; un sistema di materia capace di interagire con l'energia e di
usarla per diventare un sistema ordinato; e infine abbastanza tempo a
disposizione per costruire quella complessità che
è associata alla vita. Fra l'altro essi non escludono la
possibilità di forme di vita in un liquido diverso
dall'acqua, come per esempio l'ammoniaca, e una vita basata su minerali
invece che sul carbonio.
Alla ricerca di segnali
extraterrestri
Dopo il
primo
tentativo di Drake, il progetto Ozma del 1959, ne sono stati
fatti molti altri, soprattutto da parte di ricercatori americani e
sovietici. Drake osservò per tre mesi, e per un totale di
duecento ore, due stelle abbastanza vicine, Tau Ceti e Epsilon Eridani,
un poco più fredde del Sole, e a circa 12 e 11 anni luce
rispettivamente. La lunghezza d'onda impiegata era quella di 21
centimetri dell'idrogeno interstellare. Da allora a oggi le
osservazioni fatte con vari strumenti e in vari osservatori ammontano a
più di 200.000 ore, equivalenti a osservazioni continuate
per ventitré anni. Frattanto, il progresso tecnologico ha
reso molto più efficienti questi mezzi.
Mentre Drake osservava a una sola lunghezza d'onda, a Harvard si
può osservare contemporaneamente a più di 8
milioni di canali. Le stelle prese di mira sono sempre quelle di tipo
solare o poco più fredde. Ossia stelle che hanno una vita
abbastanza lunga - più di 10 miliardi di anni - da
permettere, se le altre condizioni sono favorevoli, lo sviluppo di
esseri intelligenti.
All'Università Stanford, in California, hanno progettato un
analizzatore di spettro, che riceve un segnale abbracciante 10 milioni
di Hertz, e in grado di distinguere frequenze separate di un Hertz, il
che equivale a dire che ha 10 milioni di canali distinti.
Così un'eventuale civiltà, che trasmetta a una di
questi 10 milioni di frequenze, potrebbe essere scoperta. Se la
sensibilità dei nostri ricevitori è abbastanza
grande, si potrebbero rivelare anche segnali radio non necessariamente
inviati nello spazio allo scopo di comunicare con altri sistemi solari,
ma usati da questa ipotetica civiltà per trasmissioni fra
vari luoghi del loro pianeta o, anche, fra pianeta e pianeta del loro
sistema solare.
Certo si possono fare infinite ipotesi sul numero, grado di sviluppo,
distanza di altre civiltà, sul loro interesse o meno di
comunicare con altri sistemi solari, sul modo in cui potrebbero farlo,
ma finché non riceveremo un segnale sicuramente artificiale,
le nostre ipotesi resteranno tali.
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