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CFI Center for Inquiry Italia ONLUS
Federazione mondiale Center For Inquiry - ONG internazionale laica e umanista accreditata presso l'ONU
Comitato provinciale Varese - c/o Dr. Bruno Moretti Turri - via Crispi, 3 - 21100 Varese
tel. 3409935956 - email: cfivarese@gmail.com


Presentazione dell'Autore:
Paul Kurtz è presidente e co-fondatore (con Carl Sagan e Isaac Asimov) dell'International Academy of Humanism,
del
CSI, Committee for Skeptical Inquiry (ex CSICOP, Committee for the Scientific Investigation Of Claims Of the Paranormal, sulla falsariga del quale Piero Angela ha dato vita al CICAP, Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale),
del
CSH, Council for Secular Humanism e della Federazione mondiale CFI, Center For Inquiry.
Scettico e ateo razionalista, Professore Emerito di filosofia alla State University of New York a Buffalo, è autore ed editore di oltre trenta libri tra i quali "The New Skepticism" e "The Transcendental Temptation". Paul Kurtz è considerato il portavoce principale del movimento scettico internazionale ed è un intellettuale molto conosciuto a livello mondiale come "il Papa dei non credenti".

La ricerca scettica può essere applicata alla religione?
di Paul Kurtz


La ricerca scientifica

I rapporti tra scienza e religione hanno generato accese controversie. Questo dibattito affonda le sue radici nello storico conflitto fra i sostenitori della ragione e i discepoli della fede. Al giorno d’oggi, un coro di alleluia canta le lodi dell’armonia e del reciproco supporto fra questi due regni o «magisteri». Ho serî dubbi circa tale pretesa reciprocità, ma vorrei mettere a fuoco solo un aspetto della controversia e mi domando: fino a che punto possiamo applicare lo scetticismo alle affermazioni religiose?

Con il termine «scetticismo» non mi riferisco alla classica posizione filosofica che nega la possibilità della vera conoscenza. Piuttosto, utilizzo il termine scetticismo per riferirmi alla ricerca scettica. Le due forme di scetticismo sono in contrasto: la prima enfatizza il dubbio e l’impossibilità della conoscenza, mentre la seconda pone l’accento sulla ricerca e sulla possibilità di una conoscenza genuina. Questa seconda forma di scetticismo, che io chiamo «Nuovo Scetticismo», è la ricerca scettica, essenziale in tutti i campi della ricerca scientifica. Quello che intendo è che i ricercatori scientifici formulano ipotesi per spiegare dati e risolvere problemi. I loro risultati sono sperimentali e vengono accettati in quanto derivano da una varietà di evidenze e di predizioni che li confermano, oppure sono compresi in una struttura teorica coerente. Ipotesi credibili vengono adottate in quanto vengono confermate da una comunità di ricercatori e perchè i test che le confermano sono riproducibili. Ipotesi e teorie scientifiche sono soggette ad errori, ed in linea di principio sono aperte ad obiezioni alla luce di successive scoperte e/o in seguito dell’introduzione di nuove teorie di più ampia portata. L’essenziale è che abbiamo raggiunto una solida conoscenza in varie discipline grazie all’applicazione della ricerca scettica.

Ora, i problemi fondamentali che sono stati sollevati riguardano l’ambito di applicabilità della ricerca scettica. Esistono ambiti, come quello religioso, ai quali la scienza non può accedere? In particolare, il movimento scettico dovrebbe estendere la sua ricerca alle questioni religiose? Alcuni influenti scettici ritengono che non dovremmo. A mio parere, invece, i ricercatori scettici devono assolutamente occuparsi delle affermazioni religiose. Ciò nondimeno, ritengo che né lo CSICOP, né lo "Skeptical Inquirer" dovrebbero occuparsi di affermazioni religiose, o se mai solo in parte. Più avanti nell’articolo spiegherò meglio la ragione di queste mie affermazioni, forse contraddittorie e sorprendenti.

La scienza ha sempre avuto i suoi oppositori, i quali hanno sostenuto che questa o quell’area degli interessi umani non è approcciabile da parte dell’indagine scientifica. A suo tempo, fu sostenuto che gli astronomi non avrebbero mai conosciuto le profondità dell’universo (August Comte), l’intima natura dell’atomo (John Locke), o la coscienza umana (Henri Bergson). Alcuni oppositori hanno sostenuto che non si possa avere una visione scientifica di questa o quella esperienza umana, come politica, economia, fenomeni sociali, etica, arte, psicologia umana, sessualità, sentimento. Io credo che non possiamo porre dei limiti a priori alla ricerca; non dobbiamo sminuire la capacità dei ricercatori scientifici di spiegare il comportamento o di estendere le frontiere della ricerca verso nuove aree.

Può esistere una scienza della religione?

Alcuni hanno sostenuto che i fenomeni religiosi, le questioni di fede, sono interamente al di là della conoscenza scientifica; ma ciò è sicuramente falso, perché lo studio scientifico della religione ha compiuto grandi passi, sicché oggi è disponibile una vasta letteratura. Noi possiamo parlare di religione in almeno due sensi. Nel primo, la religione è una forma di comportamento umano, che può e deve essere studiata; nel secondo senso, ci si riferisce a qualcosa di trascendente, cioè che trascende l’esperienza umana o la ragione.

Occupiamoci della religione nel primo senso. Il comportamento religioso è stato indagato da diverse discipline. Gli antropologi effettuano studi comparativi sulle religioni primitive, esaminando preghiere, rituali, riti di passaggio, ecc. I sociologi hanno studiato gli aspetti istituzionali del comportamento religioso, come il ruolo del clero nella società, fin da quando William James, psicologo della religione, ha studiato la varietà delle esperienze religiose, come il misticismo, l’estasi, il parlare in lingue sconosciute, l’esorcismo, ecc. Questi studiosi si sono domandati: la religiosità ha basi genetiche o ambientali? Altri si sono occupati dei correlati neurologici della pietà e altri ancora hanno tentato di misurare l’efficacia delle preghiere.

Si può considerare la religione, inoltre, in un contesto storico o contemporaneo. Si è prestata molta attenzione all’analisi storica degli assunti religiosi, soprattutto perché le grandi religioni classiche sono basate su antichi documenti (il Vecchio e Nuovo Testamento ed il Corano), ed anche alcune delle nuove (come il Libro dei Mormoni del XIX° secolo). Questi testi sostengono che certi eventi (miracoli e rivelazioni) si sono verificati in passato, il che è alla base del credo religioso odierno; spesso si sostiene che quel credo è una questione di fede.

Vorrei rispondere che il metodo scientifico è stato impiegato per lo studio storico di questi supposti eventi. Gli archeologi ricercano dati a sostegno da fonti indipendenti, esaminano resoconti del tempo, scritti o orali, (per esempio confrontando i Rotoli del Mar Morto con il Nuovo Testamento). Nel campo del «criticismo biblico» o del «criticismo coranico» si sono usate le migliori tecniche accademiche, le prove storiche, nonché l’analisi testuale e linguistica, per valutare l’accuratezza storica di tali affermazioni.

Le affermazioni sul paranormale sono simili a quelle religiose, in quanto entrambe pretendono di essere eccezioni alle leggi naturali. Gli scettici si sono chiesti: veramente D.D. Home volteggiò fuori dalla finestra e levitò sopra una strada di Londra alla fine del XIX° secolo? Le sorelle Fox ed Eusapia Palladino erano in grado di comunicare con i defunti? Si è così cercato di fornire un’interpretazione naturale per gli strani avvenimenti riferiti. È più facile senza dubbio esaminare affermazioni contemporanee, la cui documentazione sia ancora disponibile, piuttosto che quelle antiche, la cui documentazione può essere frammentaria.

Almeno in linea di principio, lo studioso di religione è simile allo studioso del paranormale, in quanto cerca di appurare accuratezza e autenticità di documenti storici. Noi usiamo gli stessi metodi di indagine quando esaminiamo delle normali questioni storiche: Washington attraversò il Deleware? oppure: Thomas Jefferson generò la figlia di Sally Heming? Lo stesso vale per le affermazioni religiose: il Mar Rosso si aprì di fronte agli ebrei in fuga? Ci fu un diluvio universale, esistette un’arca di Noè? Non vedo come o perché dovremmo dire che queste affermazioni storico-religiose sono immuni dall’indagine scientifica.

Pertanto ritengo che, nella misura in cui consideriamo la religione come una forma del comportamento umano, passato o presente, noi possiamo, se scopriamo elementi a favore o documenti storici, tentare di dichiarare autentiche le affermazioni storiche e domandarci se ci furono cause paranormali, occulte o trascendenti, o se sono possibili spiegazioni naturali. Gli argomenti di David Hume contro i miracoli indicano tutte le ragioni per cui dovremmo essere scettici sulle affermazioni degli antichi: perché mancano di adeguata documentazione, perché i testimoni oculari erano di parte, e così via. Elementi che si possono applicare a pretese rivelazioni e miracoli. Affermazioni straordinarie, che violano la naturale legge della causalità, richiederebbero robuste prove. Non vedo come qualcuno possa pretendere che le proprie convinzioni debbano essere immuni dagli standard dello studio storico oggettivo, affermando che esse hanno le proprie basi nella fede. Un esempio a proposito è la cosiddetta "sacra sindone" di Gesù, la sindone di Torino. L’accurata datazione con il carbonio 14, effettuata da tre rinomati laboratori indipendenti, ha dimostrato che il tessuto ha circa 700 anni, ed è quindi probabilmente un falso. Il fatto che i credenti cerchino di difendere le proprie convinzioni, sostenendo la propria fede nella genuinità della sindone, non la rende comunque autentica. Lo stesso principio si applica alle principali rivelazioni miracolose del passato, sulle quali sostengono di fondarsi le religioni classiche. La forza di un’ipotesi o di una convinzione dovrebbe derivare dalle prove empiriche a favore esistenti e, se le prove sono deboli o lacunose, tale dovrebbe essere anche il loro credito.

Le credenze religiose sono profondamente radicate nella storia, nella cultura e nelle istituzioni sociali degli uomini; e si pongono così a monte della scienza, da rendere difficile, se non impossibile, insistere nell’uso degli standard oggettivi della ricerca scettica in modo retrospettivo. Questo soprattutto perché credere in una religione è ben altro che una questione di assenso razionale, dato che la religione ha le proprie radici nell’identità etnica o nazionale; e mettere in discussione il retroterra empirico o razionale delle convinzioni religiose significa scuotere profondamente l’ordinamento sociale.

Come affrontare il trascendentale?

Esiste un secondo significato della religione, che non è legato al comportamento. Qui il punto fondamentale è l’esistenza di un «regno del trascendentale, del preternaturale, dell’occulto o del paranormale» al di sopra e al di là del mondo naturale. Il naturalista scientifico ritiene che si debbano ricercare cause e spiegazioni naturali per fenomeni paranormali e religiosi, senza mai abbandonare la metodologia scientifica, e che dovremmo testare le prove e le ragioni a favore di tutte le affermazioni.
Possiamo chiederci quale sia il vero valore delle affermazioni teistiche: nel grande dibattito fra teisti e filosofi o scienziati scettici, gli agnostici/non teisti/atei ritengono che i teisti non abbiano adeguatamente suffragato le proprie tesi e che le loro affermazioni siano improbabili o non plausibili. Non riporterò per esteso le classiche argomentazioni o le varie prove addotte.

Vorrei però concentrarmi su un punto che è recentemente emerso in letteratura. Questo riguarda una questione precedentemente sollevata dai filosofi analitici circa il significato del «Linguaggio di Dio». Ogni ricerca scientifica presuppone una certa chiarezza sul significato dei termini di base. Il linguaggio religioso deve essere preso alla lettera, in modo descrittivo, o in modo cognitivo? e se sì, siamo pronti ad affermare l’esistenza di «qualcosa di trascendentale, una causa, un creatore, o uno scopo nell’universo»? La maggior parte dei linguisti scettici ha cercato di decostruire il linguaggio religioso ed ha trovato difficile determinare a cosa si riferiscano i termini «Dio», «divinità», o «essere trascendentale». Lo stesso vale per il termine vago e spesso incoerente di «spiritualità», oggi così popolare. Appaiono termini indefinibili anche ai teologi e, quindi prima di dire se Lui, Lei, o Esso esiste, dobbiamo intenderci bene su ciò a cui ci riferiamo. Molto di ciò che si dice su Dio è «non falsificabile», in quanto non c’è modo di confermare o smentire qualunque affermazione sulla sua presenza o esistenza. Parlare di Dio è per definizione difficile o impossibile in quanto trascende ogni possibile esperienza o ragione e si cela in un misterioso regno noumenico. Ci sono di sicuro molte cose che non sappiamo sull’universo, ma definire «divino» quel che non si conosce significa oltrepassare con un balzo di fede ogni ragionevole prova.

I linguisti scettici ritengono che per dare un senso al linguaggio religioso dobbiamo ammettere che abbia altre funzioni non descrittive o non cognitive. Esso non ci trasmette verità sul mondo (in competizione con la scienza o la normale esperienza), ma è evocativo, espressivo o emotivo, oppure, in un contesto sociale, è rappresentativo e celebrativo, oppure è un linguaggio morale che impone degli obblighi, oppure ha un significato poetico metaforico. Così, ciò che si dice di Dio consisterebbe innanzitutto in una forma di poesia sociale e morale. Se così è, allora la religione non ci dona la conoscenza della verità, ma esprime piuttosto un sentimento e un atteggiamento.

Non mi riferisco alla verità storica della pretesa resurrezione di Gesù, né all’incontro di Joseph Smith con l’angelo Mormon e neppure al colloquio di Maometto con l'arcangelo Gabriele, queste sono concrete affermazioni storiche e in linea di principio si possono affrontare con criterio empirico e razionale ed hanno un qualche contenuto di esperienza (anche se le prove sono frammentarie ed incomplete); mi riferisco invece alla «divinità» vista al di fuori della storia come essere trascendentale o realtà spirituale. È quest’ultima che è incomprensibile per definizione.

Così la religione non dovrebbe competere con la scienza nel descrivere e spiegare i processi naturali dell’universo. La scienza affronta con una certa efficacia queste questioni, la religione no. Affermare di credere nella teoria dell’evoluzione e affermare ancora che l’anima umana è un’eccezione ai principi dell’evoluzione perché è creata da una divinità è una illegittima intrusione di una causa occulta. Allo stesso modo, cercare di porsi al di là della teoria del big bang in campo scientifico, postulando un creatore, significa balzare al di là delle prove dimostrabili. Affermare che questo sia giustificato dalla fede è, a mio giudizio, arbitrario. La posizione più idonea a questo proposito è quella agnostica.

In ultima analisi, religione e scienza sono differenti forme di comportamento umano e hanno differenti funzioni. Possiamo domandarci, allo stesso modo, che relazione ci sia tra scienza e sport, o tra scienza e musica. Ci sono diverse forme di esperienza, che giocano ruoli diversi nel comportamento umano. Di certo sport e musica non competono nella ricerca della verità. In questo senso la religione non deve essere considerata vera o falsa, ma evocativa, espressiva, edificante, rappresentativa, buona o cattiva, bella o brutta, socialmente unificante o dirompente. Storicamente, le affermazioni religiose sono state prese per vere, ma si era in epoche prescientifiche, basate sul mito e sulla metafora, la metafisica e le speculazioni, e non erano considerate affermazioni da provare. Così non ci si può appellare alla verità religiosa per contestare i dati scientifici.

Vorrei aggiungere che io non credo che l’etica abbia affatto necessità di basarsi sulla fede religiosa. Anche sostenere che il ruolo principale o esclusivo della religione è nel campo della morale (o simili) è altrettanto discutibile, in particolare se esaminiamo le specifiche prescrizioni etiche su morale sessuale, divorzio, aborto, eutanasia, ruolo delle donne, pena di morte, ecc. E non è tutto, visto che le religioni spesso entrano in violento contrasto su una quantità di principî morali. Io credo che esistano alternative basate sull’uomo e motivazioni razionali per un giudizio etico, parzialmente fondate sulla conoscenza scientifica, ma questo è argomento per un prossimo articolo.

Ricerca scettica e religione


Il punto chiave che voglio evidenziare è: i ricercatori scettici dovrebbero porre in discussione i principali dogmi religiosi? Sono in gioco questioni teoriche e di prudenza. Non vedo ragioni teoriche in contrario, ma possono esserci considerazioni pratiche. Per esempio, ci vuole un notevole coraggio oggi come in passato (specialmente in USA!) per criticare la religione. Uno può contestare liberamente i sostenitori del paranormale, i medium, i sensitivi, le terapie alternative, gli astrologi e gli ipnoterapisti del passato, ma mettere in discussione i riveriti personaggi della religione è altra questione: per questo si rischia ancora l’accusa di blasfemia ed eresia; questo può nuocere alla carriera e alla vita di una persona, come esplicitamente dimostra il caso di Salman Rushdie.

La storia illustra l’esitazione degli scettici ad applicare il proprio scetticismo alle questioni religiose. Nell’antica Roma, Sesto Empirico, autore degli "Schizzi Pirroniani" difese la sospensione del giudizio su temi di metafisica, filosofia ed etica. Egli riteneva che fossero impossibili sia una vera conoscenza della realtà, sia giudizi etici. Non affermò e non negò l’esistenza degli Dèi, mantenendosi neutrale. Non essendoci conoscenza possibile, Pirrone sosteneva che adeguarsi ai costumi e alla religione della propria epoca fosse la condotta più saggia da seguire. Il grande scettico Hume invitò l’amico Adam Smith a pubblicare la sua opera iconoclastica "Dialoghi sulla Religione Naturale" dopo la sua morte (1776), ma Smith rifiutò di farlo. Un nipote di Hume, David, provvide alla pubblicazione postuma. L’autore francese Pierre Bayle (1647-1706) sostenne forse il più risoluto scetticismo del suo tempo. Nel suo "Dizionario Storico-Critico", Bayle espose una feroce accusa contro le teorie prevalenti del tempo, riscontrando in esse molte contraddizioni. Fu profondamente critico delle assurdità religiose. Egli sostenne che gli atei possono essere più morali dei cristiani e che la religione non necessariamente forniva le basi per una condotta etica... Ciononostante, Bayle si professò cristiano e calvinista, sulla base della sola fede, senza alcuna prova a favore, cosa questa nota come fideismo. Veramente Bayle era di questa opinione, o il fideismo fu solo un artificio per proteggere la propria reputazione e sicurezza?

Penso che questa forma di fideismo sia illegittima se non irrazionale da un punto di vista teorico. Infatti, se come ricercatori scettici possiamo accettare solo credenze basate su prove e ragionamento, e ci sono scarse o nessuna prova, per quale ragione non dovremmo sospendere il giudizio? O forse siamo giustificati se compiamo un balzo di fede? Se si compie questo balzo di fede, uno può chiedere: su quali basi? Se una persona ha diritto a scegliere di credere in ciò che vuole, soltanto o principalmente in base alle proprie opinioni e preferenze, allora «tutto fa brodo». Ma questo principio di casinismo epistemologico può essere usato per stravolgere l’indagine onesta (questa argomentazione implica che se noi non abbiamo gli stessi gusti, abbiamo il diritto di non credere). Possiamo domandarci se siano generalizzabili le regole epistemologiche e, se sì, se possiamo applicarle al campo del paranormale. E allora: qualcuno ha diritto di credere ai rapimenti degli UFO, agli angeli o ai demoni, sulla base delle proprie opinioni e della fantasia? La replica degli scettici sul paranormale è che dove c’è una prova per risolvere la questione non abbiamo giustificazioni per credere; anche se in democrazia non abbiamo il diritto di pretendere che gli altri condividano il nostro scetticismo.

Tuttavia è un dato di fatto che chi crede nelle religioni tradizionali non lo fa per sola fede, ma si basa anche su prove razionali. E un’autorità come Giovanni Paolo II lo ha sostenuto nella recente enciclica "Fides et Ratio". In essa, il Papa condanna sia fideismo sia ateismo. Egli attacca le fedi ingenue «negli UFO, nell’astrologia e nella New Age». Egli critica l’«esagerato razionalismo» e il pragmatismo da una parte e il postmodernismo dall’altra, ma condanna anche l’esclusiva fiducia nella fede. Il Papa sostiene che la ragione e la ricerca scientifica supportano e non contrastano la fede nella rivelazione cristiana e la dottrina cattolica. Gli scettici possono condividere la difesa della ragione e della ricerca scientifica condotta dal papa, ma dubitano queste supportino le sue convinzioni.

Così, a mio avviso, l’acquiescenza degli scettici di fronte alla razionalizzazione delle convinzioni fideiste è profondamente sbagliata. Allo stesso modo, in risposta a quei teisti che sostengono ci siano prove e ragioni sufficienti per le loro convinzioni, i ricercatori scettici non dovrebbero semplicemente ignorare le loro affermazioni, dicendo che sono al di là della possibilità di conferma scientifica, ma dovrebbero prenderle in considerazione. Poiché il carico della prova è sempre di chi fa un’affermazione, i ricercatori scettici possono avversare sia i fideisti, sia chi adduce prove parziali in campo religioso, se si ritiene che non abbiano supportato sufficientemente le proprie posizioni.

Conclusioni

In fin dei conti, porrei termine a questa controversia affermando che i ricercatori scettici e gli scienziati dovrebbero occuparsi delle affermazioni religiose. Non farlo significa evitare un’area importante del comportamento e degli interessi umani ed è un gesto irresponsabile. In verità, una delle ragioni per cui le credenze sul paranormale sono oggi così diffuse è che le credenze religiose non vengono esaminate criticamente nel pubblico mercato delle idee.

Come ho detto, tuttavia, non penso che il CSICOP o lo Skeptical Inquirer debbano trattare argomenti religiosi, se non incidentalmente. Ma le mie ragioni sono pragmatiche, non teoriche. È semplicemente una questione di divisione del lavoro. A noi mancano le risorse e l’esperienza per mettere a fuoco l’intero ambito delle questioni scientifiche riguardanti la religione: archeologia biblica, critica della Bibbia e del Corano, linguistica, psicologia, antropologia, sociologia, le radici genetiche e ambientali della religione, ecc. Tutto ciò ci porterebbe troppo lontano. Noi ci siamo concentrati sulle pseudoscienze e ci siamo specializzati sul paranormale: su questo abbiamo dato un importante contributo. La ricerca scettica, in linea di principio, può applicarsi egualmente a economia, politica, etica e in poche parole a tutti i campi degli interessi umani. Di certo non possiamo soppesare ogni singola affermazione di cui si ha notizia. Le mie ragioni sono eminentemente pratiche.

Ma allo stesso tempo non sono d’accordo con chi consiglia prudenza nell’applicare lo scetticismo scientifico in campo religioso. A mio avviso, la scienza non ha un’impalcatura così stretta, tale da potersi applicare solo agli esperimenti di laboratorio; essa deve far propri gli strumenti dell’analisi logica, della ricerca storica e della ricerca razionale. In questo senso io affermo che le affermazioni religiose sono assoggettabili allo studio scientifico e alla ricerca scettica.

Uno scienziato può applicare la ricerca scettica, scientifica, nel proprio campo di specialità con notevole competenza, tuttavia può non essere qualificato ad applicare gli stessi criteri della ricerca razionale in altri campi e addirittura può avere un credo religioso privo di prove di supporto. Sebbene la percentuale di non credenti sia superiore fra gli scienziati (si stima il 60%) rispetto alla popolazione generale (forse il 10%), alcuni scienziati non esaminano rigorosamente il loro proprio credo religioso. Possono usare standard rigorosi di ricerca nel proprio particolare campo di competenza, ma gettano al vento ogni precauzione quando entrano nelle questioni di fede.

Un ultimo punto: affermare che lo scetticismo ha a che fare solo con il «naturalismo metodologico» e non con il naturalismo scientifico (che assomma in sè la visione del mondo naturalistica e la critica ai balzi di fede teistici/spiritualistici), penso sia profondamente sbagliato. Adottare questa posizione neutrale nell’attuale ambiente culturale significa sottrarsi ad un impegno; infatti, discutibili affermazioni religiose proliferano al giorno d’oggi senza che vengano adeguatamente soppesate da studiosi scettici. Io credo che un maggior numero di ricercatori scettici con le necessarie competenze dovrebbero mettere a frutto le proprie capacità nel campo delle affermazioni religiose... Tale ricerca scettica è estremamente necessaria al giorno d’oggi e potrebbe giocare un ruolo vitale nel dibattito fra religione e scienza.

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Ciò che è affermato senza prova, può essere negato senza prova (Euclide, 365-275 a.e.V.)


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