L'eterna lotta
di Isaac Asimov
da
Skeptical Inquirer,
vol. X, n. 3, primavera 1986
Penso
che nessuno di noi si aspetti davvero di spazzar via una volta per
tutte le credenze pseudoscientifiche.
Come
lo potremmo, dato che tali credenze offrono agli uomini calore e
conforto?
Chi
prova gioia al pensiero di morire o di veder morire una persona amata?
Come
si può biasimare chi si convinca che esistono cose come la
vita eterna e la possibilità di ritrovarsi in condizioni di
gioia perpetua con gli esseri amati?
Chi
si trova a proprio agio con la precarietà quotidiana della
vita che in qualsiasi momento può riservarci le
più
traumatiche sorprese?
E
come dunque potremmo biasimare chi cerchi di premunirsi contro
l’imprevisto illudendosi di leggere il futuro nelle posizioni
dei
pianeti, nelle combinazioni dei tarocchi, o nei disegni dei fondi di
caffè o nel contenuto dei sogni?
Si esamini qualsiasi tipo di
pseudoscienza e vi si troverà la
coperta di Linus, il pollice da succhiare,
la sottana cui aggrapparsi.
E
noi che cosa possiamo offrire in cambio?
Dubbi
e incertezze!
Per
noi abitatori di un mondo razionale, è motivo di forza il
capire, è gloria e soddisfazione intendere là
dove la
conoscenza non è ancora giunta; c’è
bellezza
persino nei più imperscrutabili misteri, quando essi
costituiscano almeno una sfida «onorevole» per quei
meccanismi del pensiero che sono contenuti nei quattordici ettogrammi
del nostro cervello: misteri che si arrenderanno lealmente
all’acuta osservazione e alla sottile analisi,
purché
l’osservazione sia sufficientemente acuta e
l’analisi
sufficientemente sottile.
Tuttavia
c’è in questo un curioso paradosso, che mi procura
una sorta di gioia sardonica.
Noi
razionalisti sembriamo sposati all’incertezza. Noi sappiamo che le nostre
conclusioni, fondate come devono essere su
prove razionali, sono sempre e necessariamente provvisorie.
L’emergere
di nuovi fatti o la scoperta di qualche errore celato
nelle vecchie prove potrebbero rovesciare d’un tratto una
conclusione da tempo consolidata, per quanto cara essa ci sia.
Ciò
accade perché una sola è la nostra certezza e
questa non si fonda sulle conclusioni raggiunte, ma sul metodo col
quale le abbiamo raggiunte e, quando necessario, modificate.
La
nostra certezza insomma, si fonda sul metodo scientifico e
sull’impostazione razionale della ricerca.
I
cultori dell’irrazionale, che per brevità
chiameremo
fideisti, si aggrappano invece alle conclusioni con una tenacia
tritatutto.
Essi
non hanno prove degne di questo nome.
Lo
strumento a loro disposizione che più si avvicina a un
metodo
per giungere a qualche conclusione consiste nell’accoglimento
passivo di giudizi, da loro considerati autorevoli.
Perciò,
una volta conquistata una credenza - e soprattutto una
credenza rassicurante - essi non hanno altra alternativa che
conservarla e difenderla a tutti i costi.
Quando
noi modifichiamo una conclusione, lo facciamo perché ne
abbiamo elaborato una migliore e dunque lo facciamo con gioia, o magari
con rassegnazione, se la vecchia teoria ci era particolarmente cara.
Di
fronte alla prospettiva di dover abbandonare una credenza i fideisti
si rendono invece conto di non avere un metodo per formularne
un’altra e di non poterla pertanto sostituire se non con il
vuoto.
Per
loro, quindi, è quasi impossibile lasciar cadere una
credenza e, se voi tentate di sottolineare che essa è
contraria
alla logica e alla ragione, essi si rifiutano di ascoltare e tendono
piuttosto a pretendere che voi veniate ridotti al silenzio.
Fallito
ogni tentativo di giungere a una conclusione valida costoro si
rivolgono ad altri, nella perenne ricerca di dichiarazioni autorevoli:
le uniche atte a metterli (temporaneamente) a loro agio.
Spesso
mi vengono rivolte domande di questo tipo: «Dottor Asimov,
lei è uno scienziato: mi dica, che cosa pensa della
trasmigrazione delle anime?» …o della
vita ultraterrena o
degli UFO o dell’astrologia o di altre cose analoghe.
Costoro
desiderano, in verità, che io li rassicuri, dicendo che
gli scienziati sono riusciti a dare un fondamento razionale alle loro
credenze e si sono resi conto, e forse l’hanno sempre saputo,
che
in esse c’è qualcosa di vero.
Grande
è la tentazione di rispondere che, come scienziato, vedo
nelle loro domande un insieme esplosivo di cretinerie; ma
questa
risposta sarebbe solo un altro tipo di dichiarazione autorevole: una
dichiarazione, fra l’altro, che essi non accetterebbero mai e
che
servirebbe solo ad attirarci il loro odio.
Rispondo
dunque invariabilmente: «Temo
di non conoscere la minima
prova scientifica atta a convalidare la credenza nella
metempsicosi» …o in qualsiasi altra
credenza
d’origine pseudoscientifica.
Delle
mie risposte, certo, costoro non sono soddisfatti, ma io non ho
altra scelta a meno che non riescano a fornirmi prove scientifiche
attendibili: ciò che essi non sono mai in grado di fare.
Non
è escluso, del resto, che la mia osservazione faccia nascere
nelle loro menti un piccolo germoglio di dubbio: e niente e più
pericoloso di un’ombra di dubbio per una credenza irrazionale.
Forse
questa è la ragione per cui un fideista, quanto
più
è «sicuro» delle proprie opinioni, tanto
più
s’infuria nei confronti di chi esprime un’opinione
diversa
dalla sua.
I
più deliranti fideisti sono i creazionisti, convinti che il
creazionismo sia verità assoluta, comunicata da Dio tramite
la
Bibbia.
E
quale fonte mai sarebbe più autorevole di questa?
Di
tanto in tanto ricevo lettere di fuoco, piene di insulti e di violente
accuse, scritte da qualche creazionista.
E
mi viene la tentazione di rispondere in questi termini: «Caro
amico, sicuramente lei sa di essere nel giusto e sa che io ho torto,
perché Dio glielo ha detto. Con altrettanta sicurezza,
saprà anche che lei andrà in Paradiso e io
andrò
all’inferno, perché Dio le avrà detto
anche questo.
Considerato quindi che io andrò all’inferno, dove
soffrirò inimmaginabili tormenti per tutta
l’eternità, non trova sciocco coprirmi di insulti?
Quanto
dolore pensa che il suo sfogo rabbioso possa aggiungere alla punizione
infinita che mi aspetta? O forse lei è tormentato da qualche
incertezza e teme che Dio possa mentirle e ritiene di sentirsi meglio
infliggendomi di persona alcune torture aggiuntive (nel caso dannato
ch’egli menta), magari bruciandomi sul rogo, come avrebbe
potuto
fare nei bei tempi andati, quando i creazionisti dominavano la
società?».
Tuttavia
non scrivo mai lettere di questo tenore: mi limito a sorridere e a
strappare le lettere d’insulti che ricevo.
Ma
allora non c’è nulla contro cui combattere?
Dobbiamo
solo alzare le spalle e dire che i fideisti ci saranno sempre
e che noi dobbiamo tranquillamente ignorarli e procedere per la nostra
strada?
No!
Assolutamente no!
C’è
sempre una nuova generazione che sta crescendo.
Ogni
bambino, ogni nuovo cervello è un terreno in cui la
razionalità può essere fatta germogliare.
Dobbiamo quindi proporre il punto
di vista della ragione, non per la
speranza di ricostruire il deserto delle menti distrutte e bloccate
nella ruggine - impresa, questa, quasi impossibile - ma per educare e
formare nuove e fertili menti.
E
dobbiamo inoltre contrastare ogni tentativo messo in atto dai
fideisti e dagli irrazionalisti per ottenere l’appoggio e il
sostegno dello Stato.
Noi
non possiamo essere sconfitti con argomenti razionali e i fideisti,
comunque, non sanno usare l’arma della ragione, ma possiamo
essere sconfitti (solo temporaneamente, comunque), dallo
strizzapollici, dalla gogna o dagli equivalenti attuali di questi
strumenti di tortura.
Contro questa
eventualità noi debbiamo combattere sino alla morte.
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